Dodici.

Gli stati regionali in Italia.


54. Firenze verso la signoria medicea: la politica di Cosimo.

   Da: A. Tenenti, Firenze dal Comune a Lorenzo il Magnifico,
Mursia, Milano, 1970

 Ancor prima dell'avvento di Lorenzo a signore di Firenze - una
signoria comunque sempre celata dietro il formale rispetto delle
procedure istituzionali del comune -, fu il nonno Cosimo a
trasformare definitivamente una delle due citt repubblicane
italiane (l'altra era Venezia) in una signoria di fatto. Nella
sintetica trattazione di Alberto Tenenti si denotano chiaramente i
caratteri della progressiva presa di potere medicea: il clima
politico in cui matur, il controllo delle magistrature, le
importanti relazioni internazionali.


   La Signoria del ramo di Cosimo doveva durare fino al 1494, poco
pi del governo oligarchico; ma il suo fondatore stava per
imprimerle una ben altra coerenza, sia all'interno che
all'esterno. Dal 1434 Cosimo si dimostr un politico lucido ed
energico. Certamente, il risentimento contro gli oligarchi
[rappresentati soprattutto dalla famiglia degli Albizzi] gioc in
suo favore, ma questo non avrebbe potuto sostenerlo per lungo
tempo. Gli errori di Rinaldo [degli Albizzi] gli avevano ad un
tratto aperto la strada del potere, ma non era facile mantenerlo
in una citt come Firenze. Senza alcun dubbio il fattore che lo
aiut di pi all'inizio, pi ancora della sua abilit personale,
fu il precedente instaurato dagli Albizzi. Sebbene nessuno li
avesse proclamati signori, Maso e Rinaldo avevano abituato i
fiorentini a farsi governare da un gruppo molto stretto, in seno
al quale essi occupavano una posizione preminente. Cosimo
perfezion il sistema, controllando da vicino, per interposta
persona, le elezioni alle magistrature, riservandole il pi
possibile ai suoi partigiani ed evitando in genere di assumerle
lui stesso, sia per non esporsi e sia per far meno sentire la sua
preminenza. Per calcolo e per inclinazione, prefer comandare
senza sembrare, perch volle restare innanzitutto un mercante e
non trascurare affatto una delle basi principali del suo potere:
la ricchezza. Cosimo, insomma, ebbe sufficiente genio per volgere
a suo vantaggio quello che gli oligarchi avevano fatto e per
correggere gli errori che li avevano indeboliti, modificando nella
sostanza l'esercizio del potere.
   Il Medici comprese, innanzitutto, che a quel punto era
inevitabile colpire i principali cittadini che avrebbero potuto
nuocergli. Per questo fece esiliare dalla Signoria non solo
Rinaldo degli Albizzi e i suoi alleati Rodolfo e Donato Peruzzi, e
Niccol Barbadoro, ma anche Palla e Matteo Strozzi, i Frescobaldi
e i Ricasoli. Nonostante la punizione di questi oligarchi, sarebbe
affrettato concludere che con lui trionf il partito popolare.
Cosimo apparteneva all'alta borghesia fiorentina ed era
strettamente legato a parecchie delle sue grandi famiglie, come
gli Acciaioli, i Pitti, i Tornabuoni. Va da s che, ora, aveva
tutto l'interesse a non esaltare dei possibili concorrenti e che
poteva permettersi anche di soddisfare l'ambizione di gente
modesta, a condizione che seguissero le sue direttive. Di
conseguenza ebbe gran cura di affidare a un comitato ristretto,
composto in gran parte dai suoi partigiani, i pieni poteri (per
cinque anni) di estrarre dalle urne i candidati alle magistrature.
Questi accoppiatori, prima in numero di dieci e poi di venti,
fecero attenzione a tirare a sorte fin dal principio i nomi pi
sicuri, in modo che la nuova Signoria non esit a prendere le
misure imposte da Cosimo. Questi non manc neppure di servirsi
degli Otto di Guardia, la polizia politica con attribuzioni
giudiziarie, le cui funzioni avevano continuato ad aumentare dopo
il periodo oligarchico. Grazie a questa Cosimo instaur fin dal
principio il governo di una clientela politica che lui controllava
e che non aveva quasi niente da temere dall'opposizione popolare.
Le classi inferiori oramai sapevano che a loro non era pi
permesso partecipare attivamente alla gestione del potere; esse
acconsentivano quindi all'autorit di chi aveva appena cacciati i
loro nemici dichiarati. D'altra parte, non si lasciava forse ai
pi umili cittadini l'illusione d'essere sempre la fonte e la base
del governo?.
   Infatti, la vecchia concezione fiorentina - e in generale
italiana - dello Stato continuava, alla met del quindicesimo
secolo, a dominare lo sfondo. Lo Stato non era concepito,
soprattutto a Firenze, come un'entit superindividuale, con
esigenze pubbliche riconosciute e superiori agli interessi dei
gruppi; al contrario, lo Stato era prima di tutto lo Stato di
qualcuno, suo proprio possesso, non definitivo ma press'a poco
esclusivo, di modo che pareva normale che egli lo maneggiasse e se
ne servisse a suo piacere. Stato significava quindi somma di
strumenti di potere detenuti ora dagli uni ed ora dagli altri per
il loro personale interesse, se necessario, a scapito degli
avversari. Nuovi significati,  vero, vengono fuori in Italia a
fianco agli antichi; ma questi - vere e proprie strutture della
psicologia collettiva e dei costumi politici - continuano a
prevalere. L'azione di Cosimo si differenzia da quella dei
precedenti detentori dello Stato per il suo carattere lento e
sornione, per la preoccupazione di evitare per quanto possibile la
violenza per non doverne pagare lo scotto. Cosimo ha ormai la
fortuna d'essere solo a governare: egli pu quindi tessere la
trama della sua politica personale e partigiana in maniera meno
apparente ma non meno sistematica, coerente ed efficace. I
trent'anni della sua larvata Signoria, e l'uguale periodo dei suoi
tre successori, avranno come scopo principale quello di
identificare sempre pi la fortuna della loro casa con quella
della citt.
   Gli effetti di questa azione, nell'insieme completamente
riuscita, costituiranno un risultato sul quale potr essere infine
edificato, nel sedicesimo secolo, un vero Stato principesco.
Poich i Medici del quindicesimo secolo hanno messo a profitto
l'eredit politica della lunga fase oligarchica, i loro successori
godranno dopo il 1530 (e anche prima) della somma di
trasformazioni che Cosimo e Lorenzo soprattutto avranno saputo
realizzare. Se la vita fiorentina era in parte cos prima del
1434, soprattutto a partire da questa data  sottesa da due vaste
correnti che coesistono ma divergono e si oppongono in profondit.
Le forme comunali si svuotano sempre pi, gli spiriti repubblicani
si attenuano, alimentati da adesioni vive ma numericamente
ristrette, mentre l'accettazione dell'autorit di un cittadino
eminente si trasforma a poco a poco in un insieme irreversibile di
costumi, di pratiche amministrative, di solidariet economiche e
sociali. Cosimo non  un Signore come ve ne sono tanti altri nella
Penisola. Costituzionalmente egli conta assai meno di un Doge a
Venezia; grazie a lui, tuttavia, Lorenzo potr comportarsi gi
come un principe prima della fine del secolo quindicesimo. Firenze
dovr a questi Medici l'abbandono delle assise puramente cittadine
e l'instaurazione pressoch insensibile agli inizi, drammatica
alla fine, di un assetto statale. [...].
   Per Cosimo, come per gli oligarchi, la salvezza di Firenze
stava in un sistema di equilibrio tra le potenze italiane. Quale
altra strada, d'altra parte, poteva seguire una citt situata nel
cuore della Penisola e sull'asse principale delle comunicazioni
terrestri? Alla morte di Filippo Maria [Visconti], mentre i
milanesi tentavano di resuscitare il loro vecchio Comune, i
veneziani si preparavano ad impadronirsi di tutta quanta la
Lombardia. L'alleanza fiorentina con Venezia aveva creato notevoli
vantaggi per far fronte all'espansione dei Visconti; ma Firenze
non aveva meno da temere dalla scomparsa del ducato di Milano a
beneficio della Serenissima. La ragione di Stato, pi che la sua
amicizia per Francesco Sforza [condottiero, poi duca di Milano],
spinse quindi Cosimo a sostenere con vigore un rovesciamento di
alleanze, contro il partito filo-veneziano di Neri Capponi e
Giannozzo Manetti. Questi d'altra parte presentivano che un
successo del Medici avrebbe ancora rinforzato il suo potere
all'interno, a scapito delle istituzioni repubblicane.
   Se Cosimo si era preoccupato di rinforzare la sua influenza
sulla citt per il tramite soprattutto dei suoi partigiani, non
esit ad esporsi per perorare personalmente la causa della sua
nuova politica estera e a sollecitare, fin dal 1448, il re di
Francia per dare scacco alle ambizioni aragonesi e veneziane. Nel
luglio del 1450 la Serenissima, senza rompere con Firenze, s'alle
con Alfonso di Napoli [Alfonso il Magnanimo d'Aragona, re dal
1442]. L'anno seguente Cosimo lasciava partire per Venezia suo
figlio Piero come ambasciatore a fianco di Neri Capponi, ma poco
dopo lo richiam, paralizzando il suo avversario. Quando a loro
volta gli ambasciatori veneziani si presentarono davanti la
Signoria, li attacc apertamente con tutta la sua energia; nel
mese di agosto del 1451 riusc a far stipulare un'alleanza formale
fra i fiorentini e Milano. L'abile emissario dei Medici, Agnolo
Acciaioli, riusc subito dopo ad assicurare ai nuovi alleati
l'appoggio militare francese ed a far riconoscere Francesco Sforza
duca legittimo contro un riconoscimento dei diritti di Carlo
settimo [re di Francia dal 1422 al 1461] alla successione al trono
di Napoli (accordo di Montills-Tours, aprile 1452). Poich il re
di Francia si impegnava poco nella Penisola, l'anno dopo
l'Acciaioli convinse Renato d'Angi ad unirsi allo Sforza, con una
identica promessa a proposito di Napoli. I veneziani e gli
aragonesi - che nel frattempo, nonostante l'aiuto senese, non
avevano ottenuto alcun successo importante in Toscana - non
potendo avere il sopravvento, accettarono infine di firmare a Lodi
un accordo (9 aprile 1454). Non solo i Medici avevano trionfato,
ma Firenze affermava il suo ruolo determinante nel gioco politico
della Penisola.
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